Entry: Ecco le parole per dirlo.. Saturday, February 21, 2004



Se lo sport è una corrida

Erri De Luca


In morte di un compresso viaggiatore vengono pensieri da corrida. Anche stavolta il toro ha perso la sproporzionata sfida nell’arena. Un’industria li alleva per la breve stagione della gloria artificiale, un giro di pista, un’ovazione, un amen. Marco Pantani e i campioni delle più seguite discipline sportive oggi non sono più i matadores, i toreri, ma i tori, gli infilzati dalle banderillas, con l’illusione che siano medaglie.
Abbordava la pista e la salita con impeto di carica, spolmonava anidride carbonica e l’ubriacante gas della vittoria. Come il toro, anche lui faceva il vuoto. Per lusinga lo chiamavano pirata e lui per obbedienza si fasciava il cranio con il vistoso panno dei corsari, l’orecchino di scena e poco mancava a mettersi una benda sull’occhio per meglio corrispondere alla figurina affibbiata. Schiumava dalla febbre di convincere, perché a un atleta vincere non basta.
Era il toro, vitello risparmiato per la macelleria dell’anfiteatro, che è un gancio un po’ più grosso. Oggi lo sport è combustione pura, senza residui solidi, il corpo è il giacimento da cui estrarre la materia prima, da trasformare in prestazione, in record, in vittoria. Alla fine del ciclo di lavorazione la macchina umana è da buttare. Oggi lo sport è una sontuosa macelleria di atleti. Il pubblico pagante vuole la prestazione a oltranza, il primato sportivo che poi giustifichi l’abbattimento a fine corsa dell’animale.
Le chiamiamo ancora discipline sportive, ma sono tirannie, riduzione in schiavitù del corpo e della vita dell’atleta. E il giovane Faust accetta lo scambio: un po’ di borsa e gloria in cambio di anima e vita.
Non è una predica, ma un’invettiva: lo sport fa male al corpo asservito di chi lo pratica e alla salute della società. E il trionfo della chimica che può sperimentare, solo in quest’ambito, il prodotto direttamente sulla cavia umana, entusiasta per giunta.
In morte di un compresso viaggiatore non emerge nessuna lezione dalla quale cavare insegnamento, nè scossa di ritorno verso una legalità di natura. I prossimi cadranno con l’illusione di un preparato nuovo che faccia sprizzare scintille al corpo asservito all’obbligo di primeggiare.
Nel mio ridotto ambito di rocciatore che frequenta gradi elevati di difficoltà, mi ritrovo il buffo primato di avere scalato in libera la via di grado più difficile di ogni altro cinquantenne al mondo. È stata l’esperienza intensa di una buona giornata e di molto allenamento. Accamparci sopra una supremazia è invece ridicolo. Lo sport è diventato lo sfruttamento del corpo umano per cucirci sopra un cilicio di marchi di fabbrica di sponsor. L’atleta, il suo corpo, non sono più il fine, il suo grado perfetto, ma al contrario la materia prima da cui estrarre valore commerciale. La salute, la vita, appartengono alla compravendita. Il corpo di Marco Pantani si è preso la libertà di togliersi la tuta degli sponsor. Coincideva con la sua stessa vita.

da Il Mattino, 16 febbraio 2004

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